Storia della lingua Enciclopedia dell'Italiano (2011)


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Storia della lingua Enciclopedia dell'Italiano (2011)

di Vittorio Coletti
1. Carattere di una storia
L’italiano di oggi ha ancora in gran parte la stessa grammatica e usa ancora lo stesso lessico del fiorentino letterario del Trecento. Nella Divina Commedia, a cominciare dal I canto dell’Inferno, un italiano pur sprovvisto di cultura letteraria può leggere molti versi prima di trovare una parola che non capisce: la loro forma è quasi sempre quella attualmente in uso e quando non lo è, come esta del v. 5 o intrai del v. 10, l’equivalente moderno è facilmente ricostruibile. Per trovare una parola quasi del tutto irriconoscibile bisogna arrivare all’ei («ebbi») del v. 28; ma Dante, già due canti dopo (III, 58), usa anche ebbi, forma minoritaria rispetto all’altra più antica, ma comunque ben attestata. De Mauro (2005) ha calcolato che l’88% del lessico fondamentale, l’86% di quello di alto uso e, insomma, tutti «gli elementi grammaticali sono già in gran parte in funzione dai primi secoli, dal Due e Trecento».
Nondimeno, gli elementi di continuità, che non hanno eguali tra le lingue europee, non debbono far dimenticare quelli di discontinuità, le perdite, i cambiamenti, le innovazioni che segnano la distanza tra l’italiano di oggi e il fiorentino del XIV secolo (➔ italiano antico).
2. Origini
Quando, nel Trecento, i grandi scrittori toscani diedero forma letteraria alta alla lingua che molto più tardi la società italiana, dalle Alpi alla Sicilia, avrebbe fatto propria, sono già parecchi secoli che, anche in Italia, come nelle altre nazioni europee romanizzate, il latino aveva fatto posto negli usi quotidiani ai cosiddetti volgari, cioè a lingue parlate che da esso discendono, molto diversificandosi specialmente tra il Nord e il Centro-Sud della penisola (➔ volgari medievali), come ancor oggi si vede dalla gamma dei ➔ dialetti italiani.
Le differenze non escludono molte somiglianze, dovute alla comune lingua madre, il latino appunto (➔latino e italiano), o alla circolazione estesa di apporti di lingue straniere alla Penisola. Ma la carta linguistica italiana all’altezza del IX secolo è un mosaico di lingue diverse, a volte trapiantate le une dentro le altre (le comunità alloglotte, come quelle greche del Salento e della Calabria; ➔minoranze linguistiche). Queste lingue premono alle spalle del latino, lingua degli usi scritti e di quelli ufficiali dei vari stati che formano la convulsa geografia politica italiana (Sabatini 1997).
Occorre tempo perché i volgari emergano alla scrittura, per secoli e secoli saldamente in mano al latino. Ma qua e là e poi sempre di più, per ragioni diverse, i documenti scritti recano tracce dei diversi volgari. L’emersione dei volgari avviene in documenti di tipo notarile (➔ notai e lingua) e in testi pratici, giuridici, mercantili (➔ mercanti e lingua), religiosi (➔ Chiesa e lingua; ➔ cristianesimo e lingua), che si faranno via via più numerosi dal XII secolo e specialmente dal XIII, con lo sviluppo dei comuni toscani.
Da un muro della catacomba di Commodilla a Roma, ai primi del IX secolo, giunge una scritta («Non dicere ille secrita a bboce») che attesta i tratti meridionali del romanesco medievale. Dai margini di un codice della Biblioteca capitolare di Verona, contenente un orazionale mozarabico, giunge l’altrettanto antico (c’è anche chi lo suppone ancora più antico e non veronese ma pisano) Indovinello veronese, la cui lingua è a confine tra latino e volgare (Castellani Pollidori 1997). Indubitabilmente volgare meridionale, pur con persistenti residui formulari e grafici del latino, è quello delle testimonianze rese a Capua nel 960 e nei dintorni, nel 963, in cause di usucapione (Castellani 1973): «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parti Sancti Benedicti» (➔ origini, lingua delle).
Deve comunque passare del tempo prima che un volgare lasci segni più consistenti ed elaborati in testi scritti, al di là dei casi in cui compare in mezzo al latino. Uno dei luoghi più preparati ad accoglierlo è l’ambiente religioso, da cui, per es., verso la fine dell’XI secolo, arriva una Formula di confessione, elaborata in Umbria. Al XII secolo inoltrato risalgono i Ritmi laurenziano (area di Volterra), cassinese e su sant’Alessio, di area mediana e ambiente di Montecassino.
Soprattutto dalla Toscana e dall’Umbria arrivano ampie quantità di lettere commerciali e registri contabili. Sono terre in cui più forte è il successo della nuova classe sociale borghese, dove c’è una precoce domanda di alfabetizzazione. Parallelamente, mentre dalla Toscana giungono moltissimi documenti pratici di elaborazione laica e privata (Schiaffini 1926; Castellani 1952), da altre regioni i documenti in volgare sono frutto solo o quasi della mano pubblica, laica o religiosa (per es., gli statuti delle confraternite). Del resto, la produzione di documenti in volgare è più frequente e intensa nelle istituzioni comunali (Toscana, Umbria e Nord Italia), gestite dalla borghesia, necessitate a far conoscere le proprie disposizioni ai cittadini e a comunicare con interlocutori omologhi.
Le scritture private sono meno elaborate di quelle pubbliche, che cercano di regolarsi sul modello del latino, nascondendo, almeno a livello di grafia, i tratti molto locali della lingua. I mercanti, invece, non solo registrano, da un certo punto in poi, in volgare le loro attività e i loro bilanci nei libri dei conti, ma si scrivono da un capo all’altro della Penisola, in una lingua che deve, pur a fatica, evitare le trappole dell’incomprensione.
3. Annunci di polimorfia
La storia sociale e politica d’Italia è fin da subito decisiva ai fini della lingua. Come la crescita di una nuova classe sociale apre spazi alle varie lingue materne, così ne autorizza ufficialmente l’uso la nascita di nuove realtà istituzionali. Allo stesso modo, vasti cambiamenti politici, come la conquista normanna del Mezzogiorno (secc. XI-XII), influiscono sulla natura stessa delle lingue, per es. importandovi molti gallicismi (➔ francesismi) da allora stabilmente in uso nelle parlate italiane, come mangiare, leggero, cugino, giardino, gioia, panettiere, barbiere.
Il primato del fiorentino e del toscano è prima di tutto dovuto allo sviluppo economico-sociale delle città toscane dal XII secolo in poi. Ma anche realtà diverse, più di tipo signorile e nobiliare, hanno contribuito all’affermazione dei volgari, conferendo ad essi fin da subito una patina colta e letteraria, come accade in Sicilia dal XIII secolo, con un volgare scritto a corte, assai lontano dalle instabilità della lingua di uso pratico.
La variabilità interna, specie in veste di accentuato polimorfismo, è una caratteristica costante dei volgari antichi, lingue allo stato nascente, non normate, rese ancor più mutevoli da casuali o non organiche oscillazioni dell’incerta grafia che le registrava. Questa instabilità è certo enfatizzata dalla prospettiva odierna da cui la si guarda, che induce a cogliere come coeve manifestazioni linguistiche distribuite in ravvicinata diacronia o conviventi in varietà diatopicamente diverse, anche se contigue. Per es., dalla fine del XIII secolo in poi la prima persona del congiuntivo imperfetto tende a uscire in -i (credessi), ma a lungo restano tracce della precedente uscita etimologica in -e (che io andasse), mentre -i non si è affermato alla terza persona, dove pure si è introdotto e poi rimasto come tratto diastraticamente connotato in basso (se uno facessi, sedessi, ecc.) (Castellani 1952: 156-159). Naturalmente, quello che qui (e in seguito) si dice per la morfologia verbale può essere detto di molti altri fenomeni anche fonetici, come l’alternanza tra forme con dittongo e forme non dittongate (luogo, foco) o tra forme in velare e forme con n palatale (del tipo vengo / vegno), che convivono in Toscana dal Duecento. Insomma: concorrenza di forme, tipico segnale di instabilità (e di crescita) di una lingua e di latitanza della norma; pluralità di esiti, esaltata dal fatto che oggi non si colgono le ragioni diacroniche e diastratiche (e diatopiche) di una così singolare convivenza di forme concorrenti.
4. Prime scritture letterarie
Le scritture pratiche o comunque senza ambizione stilistica sono fondamentali per documentare lo stato della lingua. Ma per la sua storia è essenziale il momento dei suoi primi impieghi con consapevolezza letteraria di una certa maturità, che comportano, da un lato, un complesso processo di selezione fonomorfologica, dall’altro, una crescita lessicale e sintattica considerevole (➔ Duecento e Trecento, lingua del). Il celebre Cantico di Frate Sole attribuito a san ➔ Francesco d’Assisi presenta tratti umbri prevedibili, ma con riduzioni toscane (oscillazione tra altissimu e altissimo), calchi latini e francesismi (come mentovare «menzionare»).
Proprio i gallicismi (dal francese antico e dal provenzale) sono gli elementi che entrano in massa nella prima produzione poetica laica in un volgare d’Italia, quella della cosiddetta ➔ Scuola poetica siciliana. I poeti siciliani scrissero in un siciliano ‘illustre’, cioè in una lingua grammaticalmente siciliana, ma con aggiustamenti e prelievi dal latino e molti prestiti dal provenzale, lingua della prima poesia volgare europea. I loro testi ci sono quasi tutti giunti in redazioni toscanizzate da copisti toscani (così li conobbe già Dante), ma i pochi brani residui delle primitive redazioni consentono di cogliere bene la grammatica siciliana originaria, impreziosita da forti quantitativi di provenzalismi. Una canzone di Stefano Protonotaro, pervenuta in redazione attendibilmente non lontana dalla veste originale, comincia così (testo in Di Girolamo 2008):
Pir meu cori allegrari,

ki multu longiamenti

senza alligranza e ioi d’amuri è statu,

mi riturno in cantari,

ca forsi levimenti

la dimuranza turniria in usatu

di lu troppu taciri
È immediatamente percepibile la fonetica siciliana, ma lo sono anche i provenzalismi, come ioi d’amuri o la palatale invece della velare in longiamenti, o i suffissati in -anza (ma anche in -enza), che da allora e per parecchi decenni, fino a Dante, avrebbero imperversato nella poesia italiana duecentesca (Schiaffini 1957).
5. Moltiplicazione del lessico
Quando risale la Penisola, verso un Centro-Nord da cui oggi ci giungono tracce assai antiche di poesia locale con linguaggio ibrido (Stussi 1999), questa poesia accresce la propensione all’assorbimento lessicale dal francese e dal provenzale, nonché dal latino. Ci sono forme, di discendenza provenzale, come gli astratti in -ore (in parte anche in -ura), che si moltiplicano nella lingua (Chiaro Davanzati: losura, portatura, fortura), a far massa con altri suffissati, anch’essi spesso di derivazione d’oltralpe, con effetti di vistosità fonica e di ibridismo linguistico considerevoli (ancora Davanzati: segnoraggio, dannaggio, visaggio, leanza, soverchianza, umilianza; cfr. Corti 2005). A volte addirittura sono, con preciso calco del provenzale, usati come sostantivi femminili (Guittone: la freddore, nova valore), ma soprattutto sono tanti e ripetuti, anche se molti di loro poi sono scomparsi, filtrati dal vaglio severo della successiva poesia stilnovistica.
L’impegno laboratoriale sulle nuove lingue scatenò lo sfruttamento non solo dei prestiti accessibili da lingue vicine o dal latino, ma anche delle possibilità derivative più correnti, con una produzione di sostantivi astratti (molto richiesti dall’ideologia medievale) variamente suffissati (o transcategorizzati da verbi corrispondenti), solo in minima parte sopravvissuti alla selezione trecentesca. Questa è una serie di sostantivi da participi passati, di cui alcuni come partito o partita, ornato o perdita ancora in uso (ancorché con significati in parte mutati), e i più scomparsi (come questi in Davanzati: dimorata «lontananza», redita «ritorno», tardato «ritardo», donato «dono», ecc.); alcuni sono sopravvissuti solo in sottocodici o locuzioni speciali, come dipartita (negli annunci funebri), o in giudicato (in diritto). Stessa cosa si può dire dei sostantivi deverbali agentivi in -tore: avanzatore, serbatore, comandatore, fallatore, ecc. La lingua dei poeti è ricca di materiali lessicali oggi scomparsi, ma prodotti con procedure formative ancora adesso funzionanti, come gli aggettivi in -oso (abondosa, vertudiosa) o i sostantivi in -mento (dimoramento, servimento).
Questa sovrabbondanza derivativa era caratteristica anche di certa poesia religiosa, come quella di Jacopone da Todi, solo apparentemente più popolare. Jacopone usa provenzalismi in -ore come amarore, grossore, ecc., e astratti da participio passato come adoperato «comportamento», abracciata «abbraccio», delettato «piacere», fallita «colpa», ecc. Jacopone adopera anche latinismi, come cogitato «pensiero» e decetto «delusione», e idiomatismi umbri, come enquina «diabolica», esciucco «asciutto». L’insieme compone un quadro molto mosso, con una spiccata polimorfia (si veda la serie fallura / fallemento / fallenza o vilezza / vilanza / vilitate), che è una caratteristica della lingua antica, molto e a lungo sfruttata dalla ➔ lingua poetica.
L’esuberanza derivativa e l’ospitalità a proventi da lingue diverse sono quasi costitutive della lingua poetica e in generale di quella letteraria antica. Ma il contatto di un volgare con altri volgari non riguarda solo il lessico. Per es., certa morfologia siciliana è penetrata e rimasta nella morfosintassi poetica italiana anche una volta arrivata in Toscana e poi nel resto d’Italia. È quello che è successo con l’imperfetto (dei verbi in -ere) e il condizionale (di tutte le classi) in -ia, sicilianismi morfologici di grande fortuna anche in Toscana, dove pure devono subire la concorrenza delle forme indigene in -e(v)a e in -ei e restano per secoli come marchi poetici (Serianni 2009).
La lingua della poesia, specie quella d’amore, è un mosaico di lingue sorelle, farcita di prestiti e lavorazioni colte e alla moda. Anche in testi più prossimi alla realtà linguistica di partenza, lo sfruttamento delle possibilità aperte in uno stato della lingua che non ha ancora subito la selezione di una norma è diffuso, specie in forma di recupero di ➔latinismi e ➔prestiti dal francese e dal provenzale.
6. La prosa antica
La varietà di lingue è più ricca in poesia che in prosa, a parte i casi di prose molto sostenute retoricamente, come le Lettere di Guittone d’Arezzo, o di prose per la loro storia a contatto con altre lingue, come lo sono col francese le prose dei romanzi arturiani, che ospitano numerosi e poi dispersi gallicismi, come aunire «disonorare», difalta «colpa», diservire «meritare», vengianza «vendetta», ecc. (Casapullo 1999). In testi di tipo tecnico-scientifico o enciclopedico la lingua locale è più evidente, ma è comunque impegnata al confronto col latino scientifico. Ristoro d’Arezzo, nella sua enciclopedia scientifica volgare, immette parole come gibosità, siccità, equatore, latitudine, cartillagine, orizzonte, ecc., che si allontano inevitabilmente dall’aretino di base.
Tuttavia anche in prosa le lingue volgari mostrano la primitiva abbondante polimorfia interna, con soluzioni concorrenti per la stessa forma. Per es., nel Novellino, racconti toscani del Duecento, si trovano fossero e fossoro, andò e andoe, il o el come articolo, ecc. (cfr. Dardano 1992).
Ma per la prosa il problema, più che lessicale, è sintattico e rivela la difficoltà di gestione della frase nella lingua delle origini, dove dilatati rapporti di coordinazione denunciano la problematicità della successione logica («Uno della marca andoe a studiare a Bologna. Vennerli meno le spese. Piangea. Un altro il vide, e seppe perché piangea; disseli così»: Novellino LVI), mentre quelli di subordinazione praticano incerte soluzioni intermedie, come nei costrutti paraipotattici (Dardano 1969): «Madonna Agnesina di Bologna, istando un giorno in una corte da sollazzo, ed era donna de l’altre» (Novellino VII). Indizio di questa ambiguità sintattica è anche l’oscillazione nome / verbo, con forme come certe perifrasi di essere col participio presente (esser soffrente, como sì stata osante, così fu l’uom perdente; cfr. Corti 2005) e i caratteristici usi del gerundio in luogo dell’infinito preposizionale (Dante, Vita nova: «quelle parole che tu hai detto in notificando la tua condizione») o del gerundio assoluto, sul modello latino dell’ablativo assoluto (Tristano: «E dimorando la notte lo re Marco in sul pino, e messere Tristano venne alla fontana»).
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