In una nota barzelletta Albert Einstein (1879-1955) si rimira allo specchio e dice “Che bel fisico!” La moglie lo guarda con aria scettica e commenta: “Tutto è


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LA RELATIVITÀ

DA GALILEO A EINSTEIN
(Mostra-Laboratorio)

Contenuti espositivi

di

Giorgio Strano
1: Presentazione

Relatività

In una nota barzelletta Albert Einstein (1879-1955) si rimira allo specchio e dice “Che bel fisico!” La moglie lo guarda con aria scettica e commenta: “Tutto è relativo...”

La barzelletta mostra come il pensiero di Einstein, artefice della “Relatività Speciale (o Ristretta)” e della “Relatività Generale” sia caduto vittima di un diffuso fraintendimento. Nell’uso comune la parola relatività è divenuta sinonimo di arbitrarietà, vale a dire di una totale mancanza di assolutezza nel giudizio sugli eventi. Affermazioni come “Tutto è relativo” legittimano qualsiasi opinione soggettiva. Di conseguenza, ogni individuo ha una propria “verità” e l’insieme di tutte queste “verità” sopperisce alla mancanza di una “Verità” ultima e assoluta.

Tuttavia, da Galileo Galilei (1564-1642) in avanti, il concetto di relatività è sempre stato impiegato nella scienza per ottenere il fine esattamente opposto. Una visione relativistica mira a generalizzare le leggi della fisica in modo che restino valide in qualunque sistema di riferimento. In pratica, in una ottica relativistica, la barzelletta su Einstein avrebbe un corollario: “Einstein sarebbe un bel fisico in qualunque sistema di riferimento”.


2: La Fisica del Cosmo dall’Antichità al Rinascimento
Le Due Fisiche di Aristotele

La scienza rinascimentale fu fortemente influenzata dalla cosmologia di Aristotele (384-322 a.C.). La Terra era ritenuta immobile al centro di un Cosmo diviso dalla sfera celeste della Luna in due regioni distinte. Ciascuna regione, formata da elementi differenti, era regolata da leggi fisiche proprie.

La regione sublunare si componeva di quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Il loro continuo ricombinarsi rendeva tale regione imperfetta, mutevole e corruttibile. I corpi sublunari erano soggetti a un moto “naturale” verticale: verso il centro della Terra per quelli pesanti, in direzione opposta per quelli leggeri. Ogni altro moto — come la traslazione orizzontale di un carro — era da ritenersi di tipo “violento” e, per non estinguersi, doveva essere mantenuto da una forza — per esempio il tiro di un cavallo.

La regione sopralunare si componeva invece di un solo elemento, la quintessenza o etere cristallino. Questo unico costituente la rendeva perfetta, immutabile e incorruttibile. Tutti i corpi eterei, vale a dire le sfere dei pianeti e delle stelle fisse, erano soggetti a un unico moto “naturale” di rotazione circolare uniforme intorno alla Terra immobile.
I Sistemi del Cosmo

La concezione aristotelica dei moti “naturali” si fondava sul senso comune. Tutti coloro che vollero incrinare la cosmologia aristotelica dovettero perciò confrontarsi con tale concezione e con la sensazione che la Terra sia immobile.

Quando concluse che i pianeti, Terra inclusa, orbitano intorno al Sole, Niccolò Copernico (1473-1543) spiegò l’apparente immobilità della Terra con l’analogia della nave in movimento. Dal ponte della nave si ha l’impressione di essere fermi e che sia la costa a muoversi. Sulla delicata questione dei moti “naturali” Copernico azzardò invece l’esistenza di una affinità che inducesse l’atmosfera e tutto quanto vi si trova immerso a seguire il velocissimo moto terrestre. Tale affinità impediva che un oggetto lanciato in aria rimanesse indietro e che un uccello uscito dal nido non potesse più ritornarvi...

Pur riuscendo a incrinare la divisione del Cosmo in una regione sublunare mutevole e in una sopralunare immutabile, Tycho Brahe (1546-1601) non si liberò invece dei moti “naturali”. Per evitare i problemi fisici della tesi copernicana, egli elaborò un sistema cosmico dove tutti i pianeti orbitavano intorno al Sole, il quale, a sua volta, ruotava intorno alla Terra immobile.


3: Galileo e il Problema Cosmologico
Galileo, il Moto dei Gravi e il Principio di Relatività

Buona parte dell’opera di Galileo fu rivolta a demolire la concezione aristotelica del moto e la tesi dell’immobilità della Terra grazie a “sensate esperienze” — la ricerca di prove sperimentali — o a “certe dimostrazioni” — l’elaborazione di ragionamenti matematici. Nell’analisi del moto, Galileo unì i due metodi di indagine compiendo esperimenti i cui esiti erano poi resi generali dal ragionamento. Egli giunse così a rapportare il moto reale dei corpi nell’atmosfera o su una superficie a condizioni ideali in cui non esistessero la resistenza dell’aria o l’attrito.

In queste condizioni ideali Galileo individuò il cosiddetto “Principio di indipendenza dei moti”, che gli permise di superare le obiezioni aristoteliche al moto della Terra. Secondo tale principio, una pietra lanciata in aria non resta indietro rispetto al suolo perché, oltre a cadere con un moto verticale uniformemente accelerato, continua a muoversi del moto orizzontale uniforme proprio della mano da cui è partita. È quanto accade anche all’interno di una grande nave: il moto di vari corpi che vi si trovano non permette di capire se la nave sia all’ancora o in tranquilla navigazione.

Il Moto dei Pianeti

Il “Principio di indipendenza dei moti” e l’analogia della nave aprivano la via al “Principio d’inerzia” e alla “Relatività classica”. Tuttavia, Galileo non enunciò formalmente questi nuovi punti; quanto scoperto già bastava per sostenere, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), l’insufficienza degli argomenti aristotelici contro il moto della Terra. Viceversa, Galileo si rese conto che proprio l’analogia della nave esigeva che anche la tesi copernicana fosse provata o con “sensate esperienze” — prima fra tutte la scoperta delle fasi di Venere — o con “certe dimostrazioni” — il generarsi delle maree.

Anche Galileo non riuscì però a sottrarsi a alcuni dogmi tradizionali; per esempio l’assunto che i pianeti si muovessero — intorno al Sole — di moto circolare uniforme. Egli non considerò mai le tre leggi dei moti planetari elaborate da Johann Kepler (1571-1630), la prima delle quali poneva i pianeti lungo orbite ellittiche. Il moto circolare uniforme sembrava infatti assicurare — prima per Aristotele, poi per Copernico — l’eterno rivolgersi in se stesse delle sfere celesti. Al contrario, il generarsi di un moto ellittico richiedeva di introdurre una qualche forza in grado di variare periodicamente le distanze dei pianeti dal Sole.


4: Dinamica e Meccanica Celeste
Il Principio d’Inerzia

Il processo a Galileo ebbe gravi ricadute. Temendo possibili persecuzioni, René Descartes (1596-1650) non pubblicò mai Le monde, ou traité de la lumiere in cui, a sostegno della tesi copernicana, esponeva tre leggi naturali del moto. Le prime due — riproposte nei Principia philosophiae naturalis (1644) — costituivano una formulazione del “Principio d’inerzia”: ogni corpo persiste in stato di quiete o di moto finché non incontra un altro corpo; inoltre, il moto di un corpo tende a svolgersi in linea retta.

Questa formulazione fu rielaborata da Isaac Newton (1642-1727) nella prima di tre leggi del moto enunciate nei Philosophiae naturalis principia mathematica (1687): “Ogni corpo persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme finché non sia costretto a mutare tale stato da forze a esso impresse”. La decisiva introduzione del concetto di “forza” divideva i sistemi a cui riferire il moto in due classi: quelli che (come il gran naviglio di Galileo) erano in moto rettilineo uniforme l’uno rispetto all’altro, dove valeva il principio d’inerzia, e quelli dotati di altro moto, dove tale principio non valeva. Nella prima classe di sistemi, poi detti “inerziali”, le leggi della fisica e le forze in gioco restavano sempre le stesse.
La Fisica Classica

I Principia di Newton inaugurarono l’epoca d’oro della “Fisica classica”, che aspirava a prevedere in modo univoco — note le masse e le forze agenti — l’evoluzione di qualsiasi insieme di corpi grazie a leggi naturali formulate matematicamente. La cosiddetta “Meccanica celeste”, fra i cui artefici vi fu Pierre Simon de Laplace (1749-1827), segnò l’apogeo di tale aspirazione. Le leggi del moto erano così ben formalizzate che, nel 1846, l’analisi delle minime anomalie orbitali di Urano permise di individuare la posizione di un ancora sconosciuto ottavo pianeta, Nettuno.

Lo studio dell’elettricità e del magnetismo seguì un analogo sviluppo. James Clerk Maxwell (1831-1879) elaborò quattro equazioni per descrivere le forze e le correnti prodotte da qualunque insieme di cariche. Tuttavia, proprio queste equazioni rivelarono i primi seri problemi della “Fisica classica”. Per esempio, secondo Maxwell, l’interazione fra una bobina e un magnete doveva essere analizzata in modo diverso a seconda se a muoversi fosse stato il magnete oppure la bobina. Poiché per esaminare l’interazione si sarebbe sempre potuto scegliere un sistema di riferimento inerziale dove i ruoli della bobina e del magnete fossero scambiati, risultava evidente che o le equazioni, o la relatività classica avevano limiti di validità.


5: Einstein e la Relatività
1905: Quanti e Atomi

Nel 1905 Einstein pubblicò ben 26 articoli. Quattro di essi, editi negli Annalen der Physik, ebbero un peso decisivo nello sviluppo della fisica.

Il primo articolo, Su un punto di vista euristico riguardante l’emissione e la trasformazione della luce, affrontava l’effetto fotoelettrico. Nel 1887 era emerso che una piastrina metallica esposta alla luce emette elettroni. L’energia degli elettroni non dipende dall’intensità, ma dalla lunghezza d’onda della luce incidente. Einstein spiegò il fenomeno introducendo i “quanti di luce” (o fotoni). Nell’interagire con un elettrone, un quanto di luce cede un “pacchetto” di energia che dipende solo dalla propria lunghezza d’onda.

Il secondo articolo, Sul movimento di piccole particelle sospese in un liquido stazionario, riguardava invece l’ipotesi, avanzata nel 1857 da Rudolf Clausius (1822-1888), della dipendenza del calore di un corpo dall’energia cinetica dei suoi atomi. L’ipotesi sembrava avvalorata dal moto casuale (o “browniano”) di piccole particelle sospese in un liquido, possibile effetto degli urti atomici. Einstein fu il primo a elaborare una analisi convincente del fenomeno consolidando, oltre alla tesi sulla natura del calore, anche l’idea che ogni corpo fosse formato da atomi.
1905: Relatività Speciale, Massa e Energia

Nel terzo articolo, Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, Einstein assunse come postulati il “Principio di relatività” e la costanza della velocità della luce nel vuoto. Dai due postulati discendevano nuove regole fisiche per trasformare i fenomeni osservati in un sistema inerziale in quelli osservati in un altro sistema inerziale. Tali regole eliminavano le asimmetrie delle equazioni di Maxwell (a partire da quella emersa nell’interazione bobina-magnete), ma implicavano la revisione di alcuni concetti fondamentali. “Spazio” e “Tempo”, da secoli ritenuti entità distinte, si rivelavano ora intimamente correlati. I risultati di misure spazio-temporali relative a un corpo in movimento dovevano risultare diversi da quelli trovati per lo stesso corpo in quiete.

Il fatto che anche la massa di un corpo risultava variare con la velocità fornì materia per il quarto articolo: L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto di energia? Poiché l’energia — legata alla massa e alla velocità — si conserva nei vari sistemi di riferimento, Einstein concluse che anche la massa di un corpo in quiete rispetto all’osservatore è indice di un contenuto di energia. In seguito sintetizzò questo risultato nella formula E = mc2.
Relatività Generale e Gravitazione

Nel 1915 Einstein estese il “Principio di relatività” dai sistemi di riferimento inerziali a sistemi di riferimento qualsiasi. L’estensione lo portò a modificare ancora il concetto di “Spazio-Tempo”. L’esito più evidente consisteva in una nuova interpretazione delle forze gravitazionali che, anziché rispondere alla legge della “Gravitazione universale” di Newton, nascevano dal curvarsi dello spazio in presenza di materia.

Per quanto ardita, l’ipotesi della curvatura dello spazio raccolse in breve due conferme. La prima venne dal misterioso avanzamento dell’asse dell’orbita ellittica del pianeta Mercurio. Einstein calcolò l’ammontare dell’avanzamento previsto dall’ipotesi della curvatura dello spazio e lo trovò corrispondere a quello misurato dagli astronomi. La seconda conferma venne da osservazioni appositamente condotte dalla Royal Society e dalla Royal Astronomical Society durante l’eclisse totale di Sole del 29 maggio 1919. Le lastre fotografiche impresse durante l’eclisse rivelarono deviazioni delle posizioni delle stelle vicine al disco solare. La curvatura dello spazio dovuta alla massa del Sole deviava i raggi di luce provenienti dalle stelle; un fenomeno oggi noto come “lente gravitazionale”.



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