Ivan illich per una storia dei bisogni


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IVAN ILLICH




Per una storia dei bisogni


http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Illich

© 1977, 1978 by Ivan lllich© 1981 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano Titolo dell'opera originale Toward a History of NeedsPubblicato negli Stati Uniti da Pantheon Books divisione della Rundom House, Inc., New York
Traduzione di Ettore Capriolo
I edizione marzo 1981

Introduzione
I cinque saggi qui raccolti rispecchiano un decennio di ri­flessioni sul modo di produzione industriale. Durante que­sto periodo mi sono soprattutto occupato dei processi at­traverso i quali una crescente dipendenza da beni e ser­vizi prodotti in serie elimina a poco a poco le condizioni necessarie per una vita conviviale. Ciascun saggio, nell'esaminare un settore diverso della crescita economica, dimostra una regola generale: i valori d'uso vengono ine­luttabilmente distrutti quando il modo di produzione in­dustriale raggiunge quel predominio che io ho chiamato “monopolio radicale”. Nell'assieme i saggi descrivono in che modo la crescita industriale produce la versione mo­derna della povertà.

Questo tipo di povertà fa la sua apparizione quando l'intensità della dipendenza dal mercato arriva a una certa soglia. Sul piano soggettivo, essa è quello stato di opulen­za frustrante che s'ingenera nelle persone menomate da una schiacciante soggezione alle ricchezze della produtti­vità industriale. Essa non fa altro che privare le sue vitti­me della libertà e del potere di agire autonomamente, di vivere in manièra creativa; le riduce a sopravvivere grazie ­al fatto di essere inserite in relazioni di mercato. Questo nuovo tipo d'impotenza, proprio perché vissuta a livello così profondo, difficilmente riesce a trovare espres­sione. Siamo testimoni di una trasformazione appena per­cettibile del linguaggio corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una soddisfa­zione vengono sostituiti da sostantivi che indicano pr<> dotti di serie destinati a un mero consumo passivo: “im­parare”, per esempio, diventa “acquisto di un titolo di studio”. Traspare da questo un profondo cambiamento dell'immagine che gli individui e la società si fanno di se stessi. E non è solo il profano che fa fatica a descri­vere con precisione ciò che avverte. L'economista di professione non sa riconoscere quella povertà che i suoi stru­menti convenzionali non sono in grado di rilevare. Il nuovo fattore di mutazione dell'impoverimento continua tuttavia a diffondersi. L'incapacità, peculiarmente moder­na, di usare in modo autonomo le doti personali, la vita comunitaria e le risorse ambientali infetta ogni aspetto della vita in cui una merce escogitata da professionisti sia riuscita a soppiantare un valore d'uso plasmato da una cultura. Viene così soppressa la possibilità di conoscere una soddisfazione personale e sociale al di fuori del mer­cato. Io sono povero, per esempio, una volta che per il fatto di abitare a Los Angeles o di lavorare al trentacin­quesimo piano abbia perduto il valore d'uso delle mie gambe.

Questa nuova povertà generatrice d'impotenza non va confusa col divario tra i consumi dei ricchi e dei poveri, sempre maggiore in un mondo in cui i bisogni fondamen­tali sono sempre più determinati dai prodotti industriali. Tale divario è la forma che la povertà tradizionale assu­me in una società industriale, e che i termini convenzionali della lotta di classe adeguatamente mettono in luce e riducono. Distinguo altresì la povertà di tipo moderno dai prezzi gravosi imposti dalle “esternalità” che gli ac­cresciuti livelli di produzione rigettano nell'ambiente. E’ chiaro che questi tipi di inquinamento, di tensione e di carichi fiscali sono ripartiti in maniera ineguale, e che in maniera altrettanto ineguale sono distribuite le difese da tali depredazioni. Ma, come i nuovi divari in fatto di ac­cesso, anche queste iniquità dei costi sociali sono aspetti della povertà industrializzata per i quali è possibile trovare indicatori economici e verifiche oggettive. Non è così invece per l'impotenza industrializzata, che colpisce in­differentemente ricchi e poveri. Dove regna questo tipo di povertà, è impedito o criminalizzato qualsiasi modo di vi­vere che non dipenda da un consumo di merci. Fare a me­no di consumare diventa impossibile, non soltanto per il consumatore medio ma persino per il povero. A nulla servono tutte le varie forme di assistenza sociale. La li­bertà di progettare e farsi a modo proprio la propria casa è soppressa, sostituita dalla fornitura burocratica di allog­gi standardizzati, negli Stati Uniti come a Cuba o in Sve­zia. L'organizzazione dell'impiego, della manodopera qua­lificata, delle risorse edilizie, i regolamenti, i requisiti necessari per ottenere credito dalle banche, tutto porta a considerare l'abitazione come una merce anziché un'at­tività. Che poi questa merce sia fornita da un imprendi­tore privato o da un apparatčik, il risultato concreto è sempre lo stesso: l'impotenza del cittadino, la nostra for­ma, specificatamente moderna, di povertà.

Ovunque si posi l'ombra della crescita economica, noi diventiamo inutili se non abbiamo un impiego o se non siamo impegnati a consumare; il tentativo di costruirsi una casa o di mettere a posto un osso senza ricorrere agli specialisti debitamente patentati è considerato una bizzar­ria anarchica. Perdiamo di vista le nostre risorse, perdia­mo il controllo sulle condizioni ambientali che le rendono utilizzabili, perdiamo il gusto di affrontare con fiducia le difficoltà esterne e le ansie interiori. Porterò l'esempio di come nascono oggi i bambini nel Messico: partorire senza assistenza professionale è divenuta una cosa impensabile per le donne i cui mariti hanno un impiego regolare e che possono perciò accedere ai servizi sociali, per marginali o inconsistenti che questi siano. Esse si muovono ormai in ambienti dove la produzione di bambini rispecchia fedel­mente i modelli della produzione industriale. Tuttavia le loro sorelle che vivono nei quartieri dei poveri o nei vil­laggi degli isolati si sentono ancora perfettamente capaci di partorire sulle loro stuoie, senza sapere che rischiano una moderna imputazione di negligenza colposa nei con­fronti dei propri bambini. Man mano però che i modelli di parto promossi dai professionisti arrivano anche a que­ste donne indipendenti, vengono distrutti il desiderio, la capacità e le condizioni di un comportamento autonomo.

In una società industriale avanzata, la modernizzazione della povertà vuol dire che la gente non è più in grado di riconoscere l'evidenza quando non sia attestata da un pro­fessionista, sia egli un meteorologo televisivo o un educa­tore; che un disturbo organico diventa intollerabilmente minaccioso se non è medicalizzato mettendosi nelle mani di un terapista; che non si hanno più relazioni con gli amici e col prossimo se non si dispone di veicoli per co­prire la distanza che ci separa da loro (e che è creata pri­ma di tutto dai veicoli stessi). Insomma veniamo a tro­varci, per la maggior parte del tempo, senza contatti con il nostro mondo, senza possibilità di vedere coloro per i quali lavoriamo, senza alcuna sintonia con ciò che sentiamo.

Su invito di André Schiffrin, il mio editore statunitense, ho scelto questi cinque saggi che espongono e sviluppano miei ragionamenti su questi temi. Pubblicandoli, inten­do chiudere un decennio di lezioni e di scritti su quella creazione di miti controproducenti che è latente in tutte le attuali operazioni industriali.

Il primo saggio è un poscritto al mio libro La convi­vialità (Mondadori, Milano 1974). Rispecchia i cambia­menti avvenuti nel decennio trascorso, sia nella realtà economica sia nel mio modo d'intenderla. Parte dalla convin­zione che si è avuto un aumento piuttosto notevole dei poteri non tecnici, cioè rituali e simbolici, dei nostri mag­giori sistemi tecnologici e burocratici, con una corrispondente diminuzione della loro efficacia scientifica, tecnica e strumentale. Nel 1968 era ancora abbastanza facile liqui­dare ogni resistenza organizzata dei profani al dominio del professionismo come un mero ripiegamento su fantasie ro­mantiche, oscurantiste o snobistiche. La valutazione che io facevo allora dei sistemi tecnologici, guardando le cose dal basso e a lume di buon senso, appariva infantile o reazio­naria ai leader politici dell'attivismo civico e ai profes­sionisti “radicali” che accampavano il diritto alla tutela dei poveri in virtù dei loro specifici saperi. La riorganiz­zazione della società industriale intorno a bisogni, pro­blemi e soluzioni definiti da professionisti era ancora il criterio di valore comunemente accettato, implicito in si­stemi ideologici, politici e giuridici che per altro verso erano in netta e talora violenta opposizione tra loro.

Il quadro ora è cambiato. Oggi, simbolo di competenza tecnica avanzata e illuminata è la comunità, il quartiere, il gruppo di cittadini che, fiduciosi nelle proprie forze, si dedicano ad analizzare sistematicamente e di conseguenza a ridicolizzare i «bisogni», i «problemi» e le “soluzio­ni” definiti sulle loro teste dagli agenti delle istituzioni professionali. Negli anni sessanta l'opposizione dei pro­fani ai provvedimenti pubblici basati sulle opinioni degli “esperti” pareva ancora fanatismo antiscientifico. Oggi la fiducia dei profani nelle scelte politiche basate su tali opinioni è ridotta al minimo. Sono migliaia ormai coloro che fanno le proprie valutazioni e s'impegnano, con molti sacrifici, in un'azione civica sottratta a qualunque tutela professionale, procurandosi le informazioni scientifiche di cui hanno bisogno con sforzi personali e autonomi. Rischian­do a volte la pelle, la libertà e la rispettabilità, esprimono un nuovo e più maturo atteggiamento scientifico. Sanno, per esempio, che la qualità e la quantità delle prove tec­niche bastanti per dire di no alle centrali nucleari, alla moltiplicazione delle unità di cura intensiva, all'istruzio­ne obbligatoria, al controllo fetale a mezzo monitor, alla psicochirurgia, alle cure con elettroshock o all'ingegneria genetica sono tali che il profano può recepirle e utilizzarle.

Dieci anni fa la scolarizzazione obbligatoria era ancora protetta da potenti tabù. Oggi i suoi difensori sono quasi esclusivamente fra gli insegnanti, che ne dipendono per l'impiego, oppure tra gli ideologi marxisti che difendono i detentori di sapere professionali in una fantomatica bat­taglia contro la borghesia d'avanguardia. Dieci anni fai miti circa l'efficacia delle istituzioni sanitarie moderne erano ancora incontestati. Quasi tutti i testi di economia recepivano la convinzione che l'attesa di vita degli adulti fosse in aumento, che la cura del cancro procrastinasse la morte, che la disponibilità di medici avesse come ri­sultato un più alto tasso di sopravvivenza infantile. Da allora a oggi, la gente ha “scoperto” ciò che le statisti­che demografiche avevano sempre mostrato: che l'attesa di vita degli adulti non è cambiata in misura socialmente significativa nel corso delle ultime generazioni; che nella maggior parte dei paesi ricchi è oggi inferiore a quella del tempo dei nostri nonni, e persino a quella che si re­gistra in molti paesi poveri. Dieci anni fa era ancora un obiettivo prestigioso l'accesso universale alla scuola post­secondaria, all'istruzione per gli adulti, alla medicina pre­ventiva, alle autostrade, a un villaggio globale imperniato sull'elettrodomestico. Oggi i grandi rituali mitopoietici or­ganizzati intorno all'istruzione, ai trasporti, all'assistenza sanitaria e all'urbanizzazione sono stati in parte demisti­ficati. Non sono stati però ancora abrogati.

Il secondo saggio è il testo di un discorso che tenni nel 1969 alla Canadian Foreign Policy Association. E' una critica del Rapporto Pearson, documento che intendeva se­gnare la conclusione del primo cosiddetto «decennio dello sviluppo» e l'inizio del secondo. Vi richiamavo l'atten­zione sull'esasperante condizione d'impotenza inflitta ai poveri nei paesi che più hanno beneficiato dell'importa­zione di quei servizi pubblici di cui le nazioni ricche van­no fiere.

Gli ultimi tre saggi concernono quel tipo di paralisi sociale e politica che nei paesi industrializzati rende in­validi non soltanto i poveri ma la stragrande maggioranza della popolazione. Vi si descrive come si produca la po­vertà di tipo moderno sulla scia dell'espansione economica, facendo particolare riferimento a tre settori dai quali ho imparato molte cose durante questo decennio: i trasporti, l'istruzione e l'assistenza sanitaria.

I costi occulti e gli accresciuti divari nei consumi sono aspetti certamente importanti della nuova povertà, ma io guardo soprattutto a un altro elemento concomitante del­la modernizzazione: il processo per cui non c'è pressoché nessuno che non veda erosa la propria autonomia, spenta la propria capacità di soddisfazione, appiattita la propria esperienza e frustrati i propri bisogni. Ho esaminato, per esempio, gli ostacoli che nell'intera società si oppongono alla presenza reciproca e che sono inevitabili effetti col­laterali di un tipo di trasporto ad alta intensità di energia. Ho voluto definire i limiti di potenza dei veicoli a motore equamente usati per accrescere le possibilità di contatto tra le persone. Ho ovviamente constatato che le alte ve­locità impongono necessariamente un'impari distribuzione dei fastidi, del rumore, dell'inquinamento, nonché del godimento dei privilegi. Ma non è su questo che ho posto l'accento. Il mio discorso si accentra sulle «internalità» negative della modernità: l'accelerazione che fa sprecare tempo, l'assistenza sanitaria che produce malati, l'istru­zione che istupidisce. La distribuzione ineguale dei benefici surrogati o l'ineguale imposizione delle loro «ester­nalità» negative non sono che corollari della mia tesi di fondo. M'interessano in questi saggi le conseguenze dirette e specifiche della povertà modernizzata, la capacità dell’uomo di sopportarle e il modo per sfuggire alla nuova miseria.

Durante questi ultimi anni ho ritenuto necessario sot­toporre a un riesame continuo la relazione tra la natura degli strumenti e il concetto di giustizia che prevale nella società che li adopera. Ho dovuto constatare come la li­bertà declini laddove i diritti sono formulati dagli “esper­ti”. Ho avuto modo di misurare che cosa comporta il cambio tra gli strumenti nuovi che spingono ad aumentare la produzione di merci, e quelli altrettanto moderni che permettono di generare valori col loro uso; tra il diritto a merci prodotte su scala di massa e il livello di libertà che permette un'espressione personale soddisfacente e crea­tiva; tra l'impiego pagato e la disoccupazione utile. E in tutti gli aspetti di questa sostituzione della gestione ete­ronoma all'attività autonoma, mi accorgo quanto sia diffi­cile recuperare un linguaggio che ci permetta di porre l'ac­cento su quest'ultima. Come i lettori ai quali intendo ri­volgermi, sono un così convinto e impegnato sostenitore d'un accesso radicalmente equo ai beni, ai diritti e ai posti di lavoro che mi sembra quasi superfluo insistere sulla no­stra battaglia per questo aspetto della giustizia. Trovo molto più importante, e più difficile, affrontare il suo com­plemento, la politica della convivialità. Uso questo ter­mine nell'accezione tecnica che gli ho dato in La convi­vialità, intendendo cioè la lotta per un'equa distribuzione della libertà di generare valori d'uso, e per una strumen­tazione ditale libertà che sia ottenuta mettendo al primo posto assoluto la produzione di quei beni e servizi indu­striali e professionali che conferiscano ai meno avvantag­giati il massimo potere di generare valori nell'uso.

Un indirizzo politico nuovo, conviviale, si fonda sulla convinzione che in una società moderna tanto la ricchezza quanto i posti di lavoro possono essere condivisi equamente e goduti nella libertà solo ponendo loro dei limiti mediante un processo politico. Forme eccessive di ricchez­ze e impieghi formali prolungati, per quanto ben distri­buiti, distruggono le condizioni sociali, culturali e ambien­tali di un'eguale libertà produttiva. I bit e i watt - che qui vogliono dire, rispettivamente, le unità di informa­zione e di energia - se forniti sotto forma d'un qualunque prodotto di serie in quantità che superino una certa so­glia-limite, diventano inevitabilmente ricchezza depaupe­rante. La ricchezza o è troppo rara per poter essere spar­tita o distrugge la libertà e le libertà dei più deboli. In ognuno di questi cinque saggi, ho cercato di dare un con­tributo al processo politico che deve portare i cittadini a riconoscere le soglie socialmente cruciali dell'arricchimento e a tradurle in tetti o limiti validi per l'intera società.

La disoccupazione utile e i suoi nemici professionali
Questo saggio sulla sostituzione delle merci ai valori d'uso nella società moderna è stato scritto nel 1977. John Mc­Knight e Lee Hoinacki mi sono stati d'aiuto a chiarirmi le idee. Sono anche debitore verso William Leiss che, in “The Limits to Satisfaction” (Toronto 1976), si è occu­pato della correlazione tra bisogni e merci nell'era moderna.

Cinquant'anni fa, quasi tutte le parole che uno udiva era­no rivolte personalmente a lui come individuo o a qualcun altro che gli stava vicino. Solo in certe circostanze lo toc­cavano in quanto membro indifferenziato di una massa a scuola o in chiesa, a un comizio o al circo. Le parole erano per lo più come lettere scritte a mano e sigillate, non come il ciarpame che inquina ora le nostre poste. Oggi le parole rivolte all'attenzione di una sola persona sono divenute rare. Produzioni standardizzate di imma­gini, idee, sensazioni e opinioni, confezionate e distribuite attraverso i media, aggrediscono la nostra sensibilità con ritmo incessante. Due fatti sono ormai evidenti: 1) ciò che sta avvenendo nel linguaggio ricalca il modello di una sempre più ampia serie di rapporti bisogno/soddisfazione; 2) questa sostituzione di merce industriale manipolante ai mezzi conviviali sta avendo luogo su scala veramente uni­versale, e viene inesorabilmente assimilando tra loro l'insegnante newyorkese e il membro della comune cinese, lo scolaretto bantù e il sergente brasiliano.

In questo saggio, che è un poscritto a La convivialità, mi propongo tre cose: 1) descrivere il carattere che assume una società ad alta intensità di merci e mercato, nella quale l'abbondanza stessa delle merci paralizza la crea­zione autonoma di valori d'uso; 2) evidenziare il ruolo occulto che le professioni svolgono in tale società col mo­dellarne i bisogni; 3) smascherare certe illusioni e propor­re alcune strategie per spezzare quel potere professionale che perpetua la dipendenza dal mercato.

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